Martina
Traducción
Figlia unica di genitori affettuosi, che l’avevano allevata con tenerezza, senza un rimprovero né un castigo, Martina fu la gioia dell’onesto focolare dove nacque e crebbe. Quando cominciò a farsi grandicella, la gente prese a dire che era graziosa, e la madre, colma di innocente vanità, si diede da fare per ornarla, affinché risaltasse la sua bellezza virginale e fresca. A teatro, ai balli, durante le passeggiate dei pomeriggi invernali e delle notti estive, Martina, vestita all’ultima moda e con abiti sempre raffinati e leggiadri, era apprezzata e si distingueva fra le ragazze di Marineda. Si lodava anche il suo giudizio, la sua vitalità, la sua amabilità che non era vanità, e la sua allegria, naturale come il canto degli uccelli. Un’atmosfera di affetto addolciva la sua vita. Credeva che tutti fossero buoni, perché le parlavano con benevolenza negli sguardi e miele sulle labbra. Si sentiva felice, ma si riprometteva per l’avvenire gioie maggiori, più ricche e profonde, che sarebbero cominciate il giorno in cui si fosse innamorata. Nessuno dei giovanotti che corteggiavano Martina, attratti dalla sua giovinezza, dal suo bel viso e anche dalle sue considerevoli ricchezze, meritò che la ragazza fissasse su di lui i suoi grandi e ridenti occhi per più di un minuto. E in quel minuto, più che l’aspetto e le seduzioni del giovane, Martina soleva notare i suoi piccoli difetti, burlandosi poi di questi con le amiche. Burle innocue, in cui le fanciulle, con malizioso candore, disegnano il ritratto minuzioso dei loro pretendenti, seguendo quell’istinto di rivalità scherzosa che caratterizza il primo periodo della gioventù.
Trascorsero così tre o quattro inverni; a Marineda iniziò a circolare la voce che Martina aveva gusti delicati, che mirava in alto e che incontrare la sua anima gemella le sarebbe stato difficile. Tuttavia, quando apparve in città il capitano d’Artiglieria Lorenzo Mendoza, fu noto che Martina era attratta da lui. Lorenzo Mendoza veniva da Madrid; era elegante, cortese, riservato, serio, forse un poco triste, anche se in società si sforzava di mostrarsi allegro ed espansivo; il suo modo di vestire e di fare rivelava l’abitudine di un atteggiamento studiato, e di un rispetto per sé stesso che non degenerava mai in fatuità, né in affettazione; senza che si vantasse della sua bellezza, era estremamente simpatico il suo viso abbronzato, con la barba scura e i lineamenti espressivi. Tutto questo è sufficiente per far perdere il giudizio a una fanciulla di provincia, anche senza volerlo, come in effetti non lo voleva inizialmente Mendoza. Gli scherzi dei compagni, la fama di Martina di mirare in alto e anche le sue qualità, la sua grazia e la sua fiorente bellezza spinsero quindi Mendoza ad avvicinarla, ad amare il suo modo di conversare e, poco a poco, a corteggiarla.
Il pittore che avesse voluto dipingere una personificazione della gioia avrebbe potuto prendere come modello Martina, in quella deliziosa epoca in cui credeva di sentire il suo sangue circolare come un fiume di nettare, e il suo cuore illuminarsi come un ardente rubino nella perpetua festa delle sue speranze divine. Nel momento in cui Lorenzo si sedette nella sedia libera accanto alla giovane, ella divenne prima rossa, poi pallida; i suoi orecchi ronzavano, i suoi occhi brillavano, le sue mani si gelarono per l’emozione; e alle prime parole del capitano, una gioia inebriante fermò sulla bocca di Martina un sorriso quasi estatico. Spesso simili felicità suscitano invidia, e ancor più quando non vengono nascoste, come non nascondeva la sua Martina, che non vedeva alcuna ragione per celare un sentimento puro e legittimo. Se non fu l’invidia, fu la curiosità a scandagliare il passato di Mendoza, così come si perquisisce una casa per trovare un’arma nascosta con la quale ferire. E si scoprì senza grande sforzo – perché quasi tutto si sa, anche se in modo incompleto e senza alcun nesso logico – che Mendoza, appena arrivato, aveva interrotto una di quelle relazioni passionali, burrascose, lunghe e complicate; una storia impossibile, amata e funesta, uno di quei legami che costringono a fuggire ai confini del mondo e che, elastici quanto l’assenza, non sempre si rompono, per quanto vengano tirati. Con la mancanza di comprensione tipica del popolo, i curiosi di Marineda affermavano che Mendoza avrebbe dimenticato in fretta la sua tiranna, che, oltre ad avergli causato preoccupazioni e dolori inenarrabili, non era né fanciulla, né attraente. Accanto a quel bocciolo, a quella Martina candida e radiosa come un’alba, che recava nelle sue graziose mani un patrimonio, cos’altro avrebbe potuto desiderare il valoroso capitano d’Artiglieria?
Così, alcune anime caritatevoli si dilettarono raccontando la vecchia storia al padre di Martina, convinti che egli, sollecito e inquieto, doveva dirlo a sua figlia. Non si sbagliarono: una notte, nel cortile sul terrapieno, all’ora in cui la salmastra brezza marina rinfresca il viso e rinvigorisce l’animo, e la musica militare, sonora e vibrante, sovrasta la voce e consente solo il sussurrare intimo e dolce degli innamorati, Martina domandò lealmente, e Lorenzo rispose turbato e malinconico…Chi gliel’aveva detto?Sciocchezze. Erano cose già passate e morte. Mendoza non capiva perché Martina le rispolverasse…Ed ella, alzando gli occhi colmi di lacrime e brillanti di passione, sorridendo in quel suo modo estatico, dimenticò il luogo in cui si trovavano, e mormorò sottovoce: - Non mi sposerò con altri se non con te, e mi sembra giusto sapere se qualcosa lo impedisce. Commosso, senza rendersi conto di ciò che stava facendo, Mendoza si chinò e, cercando di nascosto la mano della fanciulla e stringendola furtivamente nel turbinio dei passanti, che copriva queste effusioni, le mormorò all’orecchio: - Niente lo impedisce…e per quel che mi riguarda, che sia presto…Ti amo! Appena Mendoza terminò la frase, Martina si volse verso il padre, che veniva dietro, esclamando: - Non sto bene…Portatemi a sedermi…Il braccio! Si riprese in fretta, perché la gioia può sconvolgere, ma raramente fa male; e di lì a due settimane, fu ufficiale la notizia delle nozze di Martina e Mendoza, e si conoscevano l’ordine degli arredi e gli addobbi, e si discuteva sul mobilio e sull’alloggio degli sposi.
La cerimonia fu fissata per la fine di settembre. Che bisogno c’era di aspettare? L’amore che sboccia va colto come frutta matura. Giungevano scatole con biancheria, vestiti di seta, mantelline, astucci con gioielli. Nella sala dei genitori di Martina, un grande tavolo fungeva da vetrina; amiche e amici venivano, contemplavano, approvavano, censuravano ed uscivano contenti, dispiaciuti o taciturni, secondo il loro carattere più o meno generoso. Martina, tutte le mattine, strappava trionfalmente un foglio dal calendario, già tagliato per la data del matrimonio. Come sono poche le pagine che mancano! Dieci…otto…una settimana, non di più! Questa è l’ultima domenica da nubile…quattro giorni…Domani…Sì, domani; ci sono il vestito bianco, i guanti bianchi, il ventaglio, i fiori d’arancio giunti da Valencia che imbalsamano l’ambiente. Lorenzo veniva di sera a far compagnia alla fidanzata e si mostrava galante, anche se sempre serio.
La vigilia delle nozze, Martina lo aspettava, come d’abitudine, nel salottino. La madre, che sorvegliava le sue conversazioni, non credette che quella notte fosse necessario far da sentinella: occupata in molti lavori, lasciò sola sua figlia. E Martina, invece di rallegrarsi, sentì immediatamente una tristezza opprimente, immensa, una desolazione senza limiti, una paura tremenda di qualcosa che non si spiegava, né trovava fondamento in niente di razionale. Mendoza tardava. Suonò la campanella e, istintivamente, Martina si lanciò verso le scale. Il servo le presentò una lettera che aveva appena portato “l’aiutante del signorino”. Una lettera! Le gambe di Martina sembravano di cotone; credette che mai avrebbe potuto percorrere lo spazio che separava l’anticamera dal salotto. Si avvicinò al lume, ruppe la busta, lesse…Prima che i suoi occhi aveva letto il suo cuore, fedele indovino. Quelle scuse, quelle forzate frasi d’affetto, quelle bugie con cui si pretendeva giustificare l’infame diserzione, Martina le presentiva già un’ora prima. E sapeva bene che i motivi dell’improvvisa partenza non erano quelli che fingeva la lettera, ma altri, che non potevano esser detti; ma che ben spiegavano allo stesso tempo il viaggio e la continua, invincibile, misteriosa tristezza del suo futuro…L’abisso la chiamava di nuovo; resuscitava ciò che senza dubbio non era mai morto. Martina crollò sul divano; non piangeva, gemeva piano, come chi reprime il lamento di un dolore mortale. Tuttavia la violenza stessa del colpo, l’indignazione – mille sentimenti confusi – la spinsero ad alzarsi, prendere un fiammifero, dar fuoco alla lettera, aprire la finestra e gettare al vento le ceneri, come se temesse che la tradissero. Quindi, cercando i suoi genitori, dichiarò loro che aveva rinunciato per scelta e volontariamente a sposarsi con Lorenzo Mendoza, che non avrebbero più rivisto perché la notte stessa partiva in treno per Madrid.
I genitori di Martina possedevano una casa in campagna non molto lontano dalla città, e in essa si nascosero con la loro figlia per lasciar dissipare il primo polverone delle mancate nozze. Lì trascorsero l’inverno; Martina sembrava contenta. Le parlarono di viaggi a corte o all’estero; respinse l’idea con disgusto. Venne la primavera, e non pensarono più a lasciare la residenza in campagna. All’approssimarsi dell’inverno seguente interrogarono Martina, che chiese, per favore, insistentemente, un altro anno di solitudine. La stessa scena si ripeté l’anno successivo; i genitori iniziarono a spazientirsi. Sembrava loro che fosse ora per Martina di tornare in società e di cercare un altro fidanzato serio e sincero, che cancellasse il passato dalla sua memoria. Ma nel frattempo accadde che gli anziani si ammalarono, e a distanza di pochi giorni morirono: il padre per una febbre reumatica, e la madre per un inveterato mal di cuore. Martina, ormai sola e in lutto stretto, rifiutò le condoglianze e il conforto delle amiche, e si chiuse più che mai nelle pareti della sua casa e fra gli alberi della sua isolata proprietà. Passò del tempo. A Marineda si parlava appena di Martina. I più la credevan folle. Nessuno la avvicinava.
Un pomeriggio risuonò il battente del portone per i colpi dati da un cavaliere, che teneva per le redini un cavallo morello. Il contadino uscì ad aprire, e rispose con la frase di rito: la signora non era in casa, e inoltre non amava ricevere visite. - Le dica – obiettò il cavaliere scendendo da cavallo – che è don Lorenzo Mendoza!...Forse allora… Dopo dieci minuti il contadino tornò con risposta negativa, definitiva. Mendoza chinò il capo e fece il gesto di risalire a cavallo. Improvvisamente, come se avesse cambiato idea ed obbedisse a un istinto del momento, travolgendo il contadino oltrepassò la porta, entrò nel cortile, salì una scala esterna coperta di caprifogli, che dava accesso alla casa, ed entrò in una sala buia, con le finestre socchiuse, silenziosa. Udì un grido di donna; andò diritto dove risuonava e strinse Martina fra le braccia. Non ci furono parole; tutto fu espresso con complimenti, suoni inarticolati, folli carezze da parte di lui; dapprima respinte debolmente, poi ricambiate. Quindi vennero le scuse, le suppliche, le spiegazioni che Mendoza diede quasi in ginocchio ed ella ascoltò tremante, debole, con la testa china sulla spalla del supplice. Seguirono le promesse, i giuramenti, i proclami di pentimento e lealtà, i progetti di felicità che Mendoza esponeva ridente, intrecciando le sue dita con quelle di Martina, che non opponevano resistenza. Scendeva la notte; la luna piena si alzava bianca e rasserenante; i caprifogli esalavano il loro balsamico aroma. Gli antichi fidanzati erano ora amanti; la primavera diventava estate, e l’infatuato Mendoza non mancò di notare che Martina, nel suo delirio, a volte gemeva molto piano, come aveva gemuto anni prima dopo aver ricevuto la lettera di addio. Il mattino seguente, quando si svegliò, Mendoza non vide Martina…la chiamò a voce alta e nessuno rispose. Finalmente accorsero i domestici; sapevano che la padrona era partita molto presto, ma ignoravano per dove. La settimana dopo a Marineda si venne a sapere, senza alcuna sorpresa, che Martina viveva reclusa, come “ospite di riguardo”, in un convento di Compostela. Ciò che non fu mai raccontato fu che aveva adottato tale risoluzione per evitare la vergogna di sentirsi morire di felicità accanto a “colui” che un giorno l’aveva ingannata e venduta.
Texto original
Hija única de cariñosos padres, que la habían criado con blandura, sin un regaño ni un castigo, Martina fue la alegría del honrado hogar donde nació y creció. Cuando se puso de largo, la gente empezó a decir que era bonita, y la madre, llena de inocente vanidad, se esmeró en componerla y adornarla para que resaltase su hermosura virginal y fresca. En el teatro, en los bailes, en el paseo de las tardes de invierno y de las veraniegas noches, Martina, vestida al pico de la moda y con atavíos siempre finos y graciosos, gustaba y rayaba en primera línea entre las señoritas de Marineda. Se alababa también su juicio, su viveza, su agrado, que no era coquetismo, y su alegría, tan natural como el canto en las aves. Una atmósfera de simpatía dulcificaba su vivir. Creía que todos eran buenos, porque todos le hablaban con benevolencia en los ojos y mieles en la boca. Se sentía feliz, pero se prometía para lo futuro dichas mayores, más ricas y profundas, que debían empezar el día en que se enamorase. Ninguno de los caballeretes que revoloteaban en torno de Martina, atraídos por la juventud y la buena cara, unidas a no despreciable hacienda, mereció que la muchacha fijase en él las grandes y rientes pupilas arriba de un minuto. Y en ese minuto, más que las prendas y seducciones del caballerete, solía ver Martina sus defectillos, chanceándose luego acerca de ellos con las amigas. Chanzas inofensivas, en que las vírgenes, con malicioso candor, hacen la anatomía de sus pretendientes, obedeciendo a ese instinto de hostilidad burlona que caracteriza el primer período de la juventud.
Así pasaron tres o cuatro inviernos; en Marineda empezó a susurrarse que Martina era delicada de gusto, que picaba alto y que encontrar su media naranja le sería difícil.
Sin embargo, al aparecer en la ciudad el capitán de Artillería Lorenzo Mendoza, conocióse que Martina había recibido plomo en el ala. Lorenzo Mendoza venía de Madrid: era apuesto, cortés, reservado, serio, más bien un poco triste, aunque en sociedad se esforzaba por parecer ameno y expansivo; su vestir y modales revelaban el hábito de un trato escogido y de un respeto a sí mismo que no degeneraba en fatuidad ni en afectación; sin que presumiese de buen mozo, era en extremo simpática su cara morena, de oscura barba y facciones expresivas. Con todo esto, hay más de lo necesario para sorber el seso a una niña provinciana, hasta sin pretenderlo, como,-en efecto, no lo pretendía Mendoza al principio. Las bromas de los compañeros, la fama de «picar alto» de Martina y también su atractivos y gracias, su belleza en plena florescencia entonces impulsaron a Mendoza a acercársele, a preferir su conversación y, poco a poco, a cortejarla.
El pintor que quisiese trazar una personificación de la dicha, pudo tomar a Martina por modelo en aquella época deliciosa en que creía sentir que su sangre circulaba como río de néctar y su corazón se iluminaba como ardiente rubí en la perpetua fiesta de sus esperanzas divinas.
Al ocupar Lorenzo la silla libre al lado de la muchacha, ésta se ponía alternativamente roja y pálida; sus oídos zumbaban, brillaban sus ojos, enfriábanse sus manos de emoción; y a las primeras palabras del capitán, un gozo embriagador fijaba en la boca de Martina una sonrisa como de éxtasis.
Rara vez dejan de provocar envidia estas felicidades, y más cuando no se ocultan, como no ocultaba la suya Martina, que no veía razón para esconder un sentimiento puro y legítimo. Si no fue la envidia, fue la curiosidad la que escudriñó el pasado de Mendoza, como se registra una casa para encontrar un arma oculta y herir con ella. Y averiguose sin gran esfuerzo -porque casi todo se sabe, aunque se sepa truncado y sin ilación lógica que Mendoza, al venirse, había cortado una de esas historias pasionales, borrascosas, largas, complicadas; un imposible adorado y funesto, de esos lazos que obligan a huir a los confines del mundo y que, elásticos a medida de la ausencia, no siempre se rompen por mucho que se estiren. Con la falta de penetración que caracteriza al vulgo, opinaban los curiosos de Marineda que Mendoza habría olvidado inmediatamente a su tirana, la cual, sobre costarle desazones y amarguras sin cuento, ni era niña ni hermosa. Al lado de aquel capullo, de aquella Martina cándida y radiante como un amanecer y que llevaba en sus lindas manos un caudal, ¿qué podía echar de menos el bizarro capitán de Artillería?
Así y todo, almas caritativas se deleitaron en enterar de la historia vieja al padre de Martina, seguros de que él, solícito e inquieto, a su hija se lo había de contar. No se equivocaban; una noche, en el paseo del terraplén, a la hora en que la salitrosa brisa del mar refresca el rostro y vigoriza el ánimo, y en que la música militar, sonora y vibrante, cubre la voz y sólo permite el cuchicheo íntimo y dulce de los enamorados, Martina preguntó lealmente y Lorenzo contestó turbado y sombrío... ¿Quién se lo había dicho?... Tonterías. Eran cosas pasadas, bien pasadas; muertas y bien muertas. Mendoza no comprendía ni por qué las recordaba nadie, ni a santo de qué las sacaba a relucir Martina... Y ella, alzando los ojos llenos de lágrimas y relucientes de pasión, sonriendo de aquel modo extático suyo, olvidando el lugar donde se encontraban, murmuró hondamente:
-No me he de casar con otro sino contigo, y me parece justo saber si hay algo que lo estorbe.
Conmovido, sin darse cuenta de lo que hacía, Mendoza se inclinó y buscando disimuladamente la mano de la muchacha y estrechándola con apretón furtivo entre el remolino de los paseantes, que encubre tales expansiones, le murmuró al oído:
-Pues no hay nada.... y por mí que sea prontito... ¡Te quiero!
Al acabar la frase Mendoza, Martina se volvió hacia su padre, que venía detrás, exclamando:
-No estoy bien... Llévame a sentarme... ¡El brazo!
Pronto se repuso, porque la alegría puede trastornar, pero hace daño rara vez; y de allí a dos semanas, la boda de Martina y de Mendoza era noticia oficial, y se sabía el encargo del equipo y galas, y se discutía el mobiliario y alojamiento de los novios.
Se fijó la ceremonia para fines de septiembre. ¿Qué falta hacía esperar? El amor que está en sazón debe cogerse como la fruta madura. Iban llegando cajones con ropa blanca, trajes de seda, capotitas, estuches de joyas. En la sala de los padres de Martina servía de escaparate ancha mesa; amigas y amigos venían, contemplaban, aprobaban censuraban y salían contentos, displicentes o taciturnos, según su carácter más o menos generoso. Martina, todas las mañanas arrancaba triunfalmente una hoja del calendario, cortado ya por la fecha de la boda. ¡Qué pocas hojas faltan! ¡Diez.... ocho.... una semanita no más! Este domingo es el último de soltera.... cuatro días... Mañana... Sí, mañana; a las ocho; ahí están el vestido blanco, los guantes blancos, el abanico, el azahar que llegó de Valencia y que embalsama el ambiente. Lorenzo venía por la noches a hacer tertulia a su novia y se mostraba galán, aunque siempre grave.
La víspera de la boda, Martina le esperaba, como de costumbre, en el gabinetillo. La madre, que vigilaba sus coloquios, no creyó que aquella noche fuese preciso hacer centinela: ocupada en quehaceres múltiples, dejó sola a su hija. Y Martina, en vez de alegrarse, sintió de pronto una pena agobiadora, inmensa, una desolación sin límites, un miedo horrible a algo que no se explicaba ni se fundaba en nada racional. Tardaba ya Mendoza. Sonó la campanilla y, por instinto, Martina se lanzó a la escalera. El criado le presentó una carta que acababa de traer «el asistente del señorito». ¡Una carta! Las piernas de Martina parecían de algodón; creyó que nunca podría andar el trecho que separaba la antesala del gabinete. Se acercó a la lámpara, rompió el sobre, leyó... Antes que sus ojos la había leído su corazón, fiel zahorí.
Aquellas excusas, aquellas forzadas frases de cariño, aquella mentiras con que se pretendía paliar la infame deserción, las presentía Martina desde una hora antes. Y los motivos de la repentina marcha bien sabía Martina que no eran los que fingía la carta, sino otros, que no podían decirse; pero que explicaban a la vez el viaje y la continua tristeza, invencible, misteriosa, de su futuro... Llamábale otra vez el abismo; resucitaba lo que sin duda no había muerto. Martina cayó desplomada en el sofá; no lloraba, gemía bajito, como quien reprime la queja de mortal dolor. Sin embargo, la misma violencia del golpe, la indignación - mil sentimientos confusos - la impulsaron a levantarse, tomar un fósforo, pegar fuego a la carta, abrir la ventana y echar a volar las cenizas, cual si temiera que la delatasen. Buscando luego a sus padres, les declaró con voz firme y serena que había renunciado por su gusto y deliberadamente, a casarse con Lorenzo Mendoza, al cual no volverían a ver más, porque salía aquella noche en el tren correo hacia Madrid.
Poseían los padres de Martina una casa de campo no muy distante de la ciudad, y en ella se ocultaron con su hija para dejar disiparse la primera polvareda de la deshecha boda. Allí pasaron el invierno; Martina parecía contenta. Le hablaron de viajes a la corte, al extranjero; rechazó la idea con disgusto. Vino la primavera, y ya no pensaron en dejar la residencia campestre. Al acercarse el otro invierno preguntaron a Martina, y pidió, por favor, encarecidamente, un año más de soledad.
La misma escena se repitió al siguiente; los padres empezaron a impacientarse; les parecía que ya era hora de que su hija volviese al mundo y se le buscase otro novio formal y auténtico, que borrase de su memoria lo pasado. Mas en esto aconteció que enfermaron los viejos, y con distancia de pocos días se los llevó el sepulcro: al padre, una fiebre reumática, y a la madre, un inveterado padecimiento del corazón. Martina, sola ya, de luto riguroso, negose a recibir pésames, a admitir consuelos de amigas, y se encerró más que nunca entre las paredes de su tapia y entre los árboles de su solitaria finca. Corrió algún tiempo. En Marineda ya apenas se hablaba de Martina. Los más la creían maniática. No la trataba nadie.
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Una tarde resonó el aldabón de la portalada con los golpes que daba un jinete, que regía un caballejo castaño. El hortelano salió a abrir, y contestó la frase sacramental: la señora no estaba, y, además, no acostumbraba recibir visitas.
- Dígale usted - objetó el jinete apeándose - ¡que es don Lorenzo Mendoza!... Puede ser que entonces...
A los diez minutos volvía el hortelano con respuesta negativa, terminante. Mendoza bajó la cabeza e hizo ademán de volver a montar. De pronto, como si variase de parecer y obedeciese a una inspiración súbita, arrollando al hortelano, cruzó la puerta, se metió patio adentro, subió una escalera exterior tapizada de madreselvas, que daba acceso a la casa, y entró en una sala oscura, de vidriera entornada, silenciosa. Oyó un grito de mujer; fue derecho a donde sonaba y estrechó a Martina en los brazos. No hubo palabras; todo se expresó con halagos, inarticulados sones, caricias insensatas por parte de él; primero, rechazadas, débilmente, y pagadas, luego. Después vinieron las excusas, los ruegos, las explicaciones que Mendoza dio casi de rodillas y ella oyó trémula, desfallecida, reclinada la cabeza en el hombro del suplicante. Y siguieron las promesas, los juramentos, las protestas de enmienda y lealtad, los plazos de ventura que Mendoza desarrollaba risueño, enclavijando sus dedos en los de Martina, que no oponían resistencia. La noche caía; la luna llena se alzaba blanca y apacible; la madreselvas exhalaban su balsámico aroma. Los antiguos novios eran ya amantes; la primavera se trocaba en estío, y el enajenado Mendoza no echó de ver que Martina, en medio de su delirio, a veces gemía muy bajo, como quien reprime la queja de mortal dolor, como había gemido años antes al recibir la carta de despedida.
A la mañana siguiente, cuando despertó Mendoza, no vio a Martina..., la llamó a voces y no contestó nadie. Por fin acudieron los criados; sabían que su ama se había marchado tempranito, pero ignoraban adónde.
En Marineda se supo sin asombro, a la semana siguiente, que Martina vivía reclusa, como «señora de piso», en un convento de Compostela. Lo que nunca se divulgó fue que hubiera adoptado tal resolución para evitar el sonrojo de sentirse morir de felicidad cerca de «aquel» que un día la engañó y vendió.
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